Un professore senza maglietta e la sua lezione di comunicazione

Un uomo a petto nudo al balcone: l’abbiamo vista tutti, anche solo di sfuggita, la fotografia scattata a Matera, durante il passaggio dei “potenti” al G20.

Abbiamo percepito immediate sensazioni e a seguire, sono fioccati commenti e giudizi.

Un uomo adulto, con una forma fisica non invidiabile, con una postura evocativa (sic!), comunicava una irriverenza apparentemente distratta ed inconsapevole.

Dopo pochissimi minuti, la foto è diventata virale, capillare, quasi epocale!

Ne ha parlato tutto il mondo, più di quanto abbia parlato del G20, di Matera, delle linee programmatiche della riunione/evento mondiale in corso.

Qui si cela il segreto della comunicazione social(e).

Perché è accaduto? Cosa ci spinge ad essere più interessati alla presenza di un uomo in atteggiamento inappropriato, che dall’evento in sé?

Perché, specialmente sui social, è così facile giudicare senza approfondire, senza leggere, soltanto guardando una foto?

Certamente, le sensazioni percepite stimolano la curiosità ed attivano percorsi cerebrali che poi trovano lo sfogo più naturale nei commenti sui social network.

Cosa è successo a Matera?

Un uomo con la pancia tondeggiante in vista, i pettorali non proprio tonici, occupa per un momento una posizione di preminenza.

Sotto di lui, decine di uomini in giacca e cravatta si muovono a passi lenti sotto il solleone materano.

Questa immagine fa un po’ specie, e magari stimola gli istinti più repressi, tanto da dar voce alle nostre frustrazioni, quasi fosse una sorta di muta occasione di rivalsa sociale.

Tantissimi commenti aggressivi, violenti ed offensivi, hanno trasformato quell’uomo in un buzzurro, descrivendone la volgarità, la tracotanza, la scempiaggine.

Quasi nessuno si è preoccupato né di conoscere la storia di quell’uomo (sarebbe stato chiedere troppo ai naviganti distratti e tendenziosi), né di darsi il tempo della clemenza, tacendo la cattiveria figlia dell’insoddisfazione.

Un meccanismo sempre uguale

Perché il meccanismo della comunicazione senza parole dei social network è sempre lo stesso: scorro, guardo, mi lascio suggestionare, deduco senza leggere, giudico senza sapere, e scrivo, scrivo, scrivo.

Qualcuno ha detto, parafrasando Cartesio: digito ergo sum.

In effetti oggi, se non scrivo non esisto.

Se non apro la mia vetrina luccicante non sono nessuno: la mia esistenza si consuma nell’attimo sufficiente a trasformare la sensazione in giudizio.

E in quell’attimo ci metto ogni mia frustrazione, ogni mia delusione, ogni mio fallimento.

Questo è il meccanismo che trasforma un gentiluomo in un buzzurro, panzone, irriverente!

Chi è l’uomo alla finestra

Infatti l’uomo sul balcone a Matera, che si chiama Nicola Frangione, è un professore di inglese in pensione.

Fine conoscitore della sociologia giovanile, in tanti anni di insegnamento ha educato migliaia di ragazzi, ha curato i loro sogni, si è preso cura del loro sapere.

Il professore senza maglietta è un grande appassionato di storia, un attento studioso della cultura meridionale e ha una raccolta vastissima di libri che raccontano Matera, la Lucania, il sud.

Cita Eco, Orwell, Chomsky e, nonostante sia meridionale, parla un italiano perfetto.

Invece, al professore è bastata una foto senza maglietta per essere trasformato ingiustamente in un’icona trash, capace di sintetizzare un sud volgare e strafottente.

Ecco cosa succede quando sgomitiamo sui social, quando “cinguettiamo”, quando postiamo senza documentarci.

Infatti, quando Eco definiva imbecilli gli internauti frustrati, non voleva certo zittirli.

Piuttosto, li invitava a studiare, a conoscere, ad approfondire, a non essere invidiosi dei successi altrui, a non scaricare la propria cattiveria in un contenitore così grande che può contenere davvero di tutto.

La rete ci accoglie ma non ci cura, e spesso trasforma in pianta il seme dell’ignoranza e della violenza.

E di esempi come il linciaggio mediatico del professore senza maglietta sono piene le piazze telematiche, vicine e lontane.

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